26/10/14

Mosco Blues (la mania)

di Mauro Banfi


I dèmoni fanno in modo che ciò che non esiste si presenti agli occhi degli uomini, come se in realtà esistesse.
LATTANZIO

Dai, datti un po’ una mossa!
continua la tua corsa,
i blues grandinano giù…i blues grandinano giù…

Come un cane dall’inferno…
Come un lupo in pieno inverno…
Il Blues tallona sempre più…il Blues bracca di più…

Do mi pa fumè, Baron Baron, oh oh Samedi!



Note e Crediti:

La musica del blues iniziale è “Hellhound on my trail” di Robert Johnson, testo di Mauro Banfi.
Il blues finale “After hours”, è tratto dallo “scorefitter” di Pinnacle 16.
Racconto, sceneggiatura, lettura del testo, chitarra, voce, regia audiovisiva globale di Mauro Banfi.

21/10/14

Magari la prossima volta

di Jorily


L’attacco al quadrante commerciale nella periferia settentrionale della Federazione era cominciato undici ore e quarantadue minuti prima: la sesta flotta della Lega di Jericho aveva colpito senza preavviso tutti i principali radiofari perimetrali approfittando del fatto che gran parte delle nostre forze erano impegnate sin dal giorno precedente nelle fasi finali dell’invasione del settore Exa-Teti controllato dall’Impero degli Esarchi.

Noi della terza flotta di contrapposizione non avevamo dormito un granché nelle ultime quarantadue ore ma, essendo gli unici sufficientemente vicini per tentare di arginare l’attacco, fummo letteralmente scaraventati nella cinta di asteroidi di Celenna, l’ultimo baluardo di difesa che poteva ancora offrirci un vantaggio strategico per lo scontro.

Da quasi sessanta anni le dispute territoriali tra  la Federazione delle razze,  la Corporazione commerciale Jericho e l’Impero degli Esarchi erano regolamentate dal Trattato di limitazione che stabiliva tempi e modalità di ingaggio: nel momento in cui una fazione decideva di invadere un settore controllato da altri, doveva notificarlo ai computer bellici centrali sul pianeta neutrale di Echilibru, dove sarebbe iniziato il conteggio di dodici ore entro le quali lo scontro avrebbe dovuto svolgersi.

I computer, collegati ai transponder di ogni singola nave di ogni singola flotta, avrebbero conteggiato le perdite, valutato le posizioni strategiche conquistate e avrebbero, alla fine, generato un rapporto per entrambe le fazioni in cui  sarebbe stato comunicato il risultato dello scontro assegnando i diritti di controllo di quel settore alla fazione vincitrice.
Poco contavano per quei dannati processori le decine di migliaia di coloni civili che, nella migliore delle ipotesi, sarebbero stati sballottati da un regime ad un altro o che, nel caso peggiore, rischiavano l’espropriazione di tutti i beni, la deportazione o perfino la morte, anche se, fortunatamente, solo in rarissimi casi.

Rimanevano diciassette minuti: quanto bastava per incominciare la registrazione dell’ultimo scontro.
Le percentuali di conquista del settore, visibili sui monitor in tutte le sale della corazzata, indicavano un perfetto cinquanta a cinquanta: chi avesse vinto quello scontro avrebbe potuto determinare il futuro di quel quadrante, almeno per i successivi sei mesi.

Il briefing del CAG fu molto sbrigativo: non c’era tempo per strategie raffinate “ Va bene, al momento sembra esserci una parità di forze. I servizi interni non hanno specificato l’entità delle forze nemiche, ma parliamo della sesta flotta: sono piloti molto navigati e le statistiche parlano di una percentuale di vittorie, negli ultimi due anni, del settantatré per cento.”. Il CAG attese che l’informazione fosse digerita dai piloti, poi proseguì “La missione è semplice: non ci sono perimetri da difendere o radiofari nemici da distruggere. La flotta di Jericho si sta dirigendo verso la capitale per consolidare la conquista. Sfrutteremo la copertura degli asteroidi di Celenna e gli piomberemo sul fianco. Il tutto NON deve durare più di quindici minuti: andiamo, li massacriamo e ce ne torniamo finalmente a casa a dormire!”. Una serie di mugugni accompagnò l’ultima affermazione: effettivamente il sonno rischiava di prendere il sopravvento e la perdita di lucidità poteva costare troppo. Oltretutto più di uno stomaco aveva iniziato a gorgogliare dato che, oltre al sonno, era passato un bel po’ di tempo dall’ultimo pasto.

Il briefing era terminato e iniziammo a dirigerci verso l’hangar. Avevo bisogno di una doccia: mi ero pisciato addosso già tre volte nelle ultime ventiquattro ore e, a giudicare dall’olezzo che emergeva dal gruppo di piloti che stava sciamando fuori dalla sala del briefing, non ero l’unico con questo problema.

Il CAG continuava a parlare mentre ci muovevamo nel corridoio della nave, mentre iniziava a indossare il suo casco e a chiudere le cerniere della sua tuta “ Voglio gli scout in microwarp non appena la flotta sarà visibile sui radar. Fregate e Cruiser a copertura incrociata sul quadrante: tutti gli altri devono solo preoccuparsi di tirarne giù quanti più possibile... vedete di non morirmi proprio oggi!”

I motori e tutta l’elettronica delle navi erano spenti per evitare di essere localizzati dagli scanner a lungo raggio. Le navi galleggiavano silenziosamente tra gli enormi asteroidi della cinta di Celenna, coperte dal leggero campo elettromagnetico che quelle rocce generavano nello spazio e che garantiva quella manciata di chilometri di vantaggio prima che i sensori nemici potessero individuarci. Eravamo pronti a scagliarci violentemente sulla flotta nemica, ormai quasi a portata di tiro. “ Parla il CAG: la flotta Jericho è a sedici chilometri. Al mio segnale attivare i sensori a lungo raggio e individuate il loro CAG. Prima gli tagliamo la testa, più rapida sarà la vittoria. Con l’accensione voglio una prima salva di siluri in viaggio di fronte a loro: devono essere impegnati a salvarsi il culo prima di realizzare che gli siamo addosso! ”

La tattica era quella standard: dopo i primi missili, gli incrociatori si sarebbero portati a distanza di tiro dei loro cannoni ionici ed avrebbero iniziato a cannoneggiare verso tutto ciò che si fosse presentato nei loro sistemi di puntamento. Il grosso della forza avrebbe ingaggiato a distanza ravvicinata, mentre noi scout avremmo dovuto superare l’intera flotta avversaria, forti della spinta microwarp , e avremmo iniziato il nostro “lavoro di cesello”, distogliendo l’attenzione delle navi pesanti nemiche, potenti ma lente a manovrare.

I sensori si attivarono all’unisono su tutte le navi, facendo apparire di colpo sui radar nemici una miriade di allarmanti puntini rossi, mentre le luci dei reattori dei missili illuminavano il buio dello spazio. Aprii un canale interno per iniziare il conteggio. “Attivare microwarp in sette, sei… cinque…”, il flebile ronzio del motore che si caricava aumentava gradualmente allo scandire del tempo, mentre Thomas continuava la scansione rapida alla ricerca della nave, che avrebbe potuto essere pilotata dal CAG nemico. “ Solo caccia e navi pesanti, niente Scout o Stealth”; iniziò a descrivere Thomas, “… quattro… tre…”. Thomas urlò: “Trovato! C’è una sola fregata classe Alligatore: è sicuramente lì ed è sicuramente miooo!”. La nave di Thomas accelerò prima della fine del countdown precedendoci di un paio di secondi “Thomas: non fare cazzate! Rimani in formazione!”: urlai mentre attivavo la micro spinta che in pochi istanti ci avrebbe portato venti chilometri più avanti. “Microwarp! ORA!”.

Con l’accelerazione del motore microwarp gli asteroidi sfilavano ai lati della carlinga come indefinite enormi masse grigie, poi un lampo di luce davanti a me: una piccola roccia di qualche decina di metri di diametro era entrata in rotta di collisione con la nave di Thomas.
A novemila chilometri orari l’impatto fu devastante: della nave di Thomas non rimanevano che pochi detriti anneriti “Porca puttana: Thomas è andato! Will e Ricky: concentratevi sull’Alligatore! Gli altri con me : iniziamo a togliere di mezzo quei Cruiser con disintegratori a lungo raggio o ci faranno fuori i nostri in poco tempo!”

I Cruiser di Jericho erano dannatamente letali con i loro disintegratori capaci di distruggere, con un singolo colpo, uno dei nostri caccia pesanti a più di dieci chilometri di distanza, ma fortunatamente non avevano sistemi di difesa a corto raggio ed erano paurosamente lenti nelle manovre strette: avemmo ragione di tre navi in meno di quattro minuti. “ Will, Ricky ! Non vi sento! Dov’è  l’Alligatore?”. Ma i gemelli William e Richard non erano riusciti a superare il sistema di satelliti difensivi che ruotavano intorno alla nave nemica. Nel frattempo alcuni caccia Jericho erano stati richiamati a difesa degli incrociatori: a breve sarebbe stato estremamente difficile destreggiarsi tra navi con armi così grosse da spazzare i nostri piccoli caccia Scout in un colpo e caccia molto più manovrabili e non meno letali.

Continuavo a controllare l’indicatore del motore microwarp: non appena si fosse ricaricato, ci saremmo dovuti allontanare per raggrupparci nuovamente fuori dalla portata delle loro armi, e coordinare un secondo attacco.

“Venti secondi al microwarp: chi ha missili li concentri sui satelliti difensivi dell’Alligatore, non voglio perdere altri piloti! Ricordatevi che quei satelliti non sbagliano un colpo: tre colpi e sarete senza scudi, altri tre e non sarete più tra noi!”.
Degli otto missili lanciati dai vari Scout, cinque andarono a segno distruggendo le difese della nave proprio mentre la luce verde indicava il microwarp pronto e i primi colpi di laser dei caccia pesanti cominciavano a concentrarsi sui nostri scudi, abbassandone rapidamente la capacità difensiva.

Dovevamo allontanarci o ci avrebbero eliminato rapidamente, ma il rischio era che L’Alligatore avrebbe a breve rilasciato e posizionato altri satelliti di difesa vanificando tutto quello che era stato fatto fino a quel momento.

“Manovra evasiva Omega-uno: non aspettate la formazione, dirigetevi al punto di lancio e saltate in microwarp”: i piloti avversari non erano stupidi, sapevano che dovevano fermarci prima che fossimo troppo lontani per essere colpiti. 

Il CAG nemico era in gamba e, probabilmente, diede le giuste direttive: i caccia Jericho incominciarono a posizionarsi in traiettoria in modo da impedirci la fuga in accelerazione.

La velocità e agilità dei caccia Scout permise di evitare gran parte degli attacchi, ma tre navi della squadriglia furono abbattute dal fuoco incrociato dei caccia e dell’Alligatore.

Microwarp ORA!” Le navi si lanciarono nuovamente in quella folle corsa inseguite dai più lenti caccia che provavano, con i loro raggi traenti, a rallentarne la fuga: fortunatamente non si erano accorti che non ero partito anche io.

Il CAG nemico , invece, se ne era accorto ed aveva iniziato a girarsi nella mia direzione con i suoi getti laterali.
Mi era rimasto un solo missile e sicuramente non sarebbe bastato per abbatterlo.


Lanciai il missile che andò a segno abbassando sensibilmente la potenza degli scudi della nave e imprimendogli una spinta inerziale nella direzione opposta a dove stava girando: sarei riuscito ad essergli addosso prima che lui potesse riprendere il controllo della nave

Due caccia pesanti di classe Volpe avevano fatto inversione rinunciando a dare la caccia ai miei compagni e a breve sarebbero ritornati a distanza di tiro: dovevo agire in fretta e dimostrare perché mi era stato affibbiato il nomignolo di Hotgun.

Mi avevano dato quel soprannome dopo la mia prima battaglia: le statistiche, oltre al numero dei caccia che avevo abbattuto, indicavano anche l’enormità di tempo che avevo passato senza poter far fuoco in quanto le mie armi erano quasi costantemente surriscaldate.

Spatola all'arancia


di Enrico Di Cesare



Una macchia azzurra arriva pianissimo a  bordo strada e parcheggia.
La guardiamo come dal decimo piano di un ipotetico palazzone che si affaccia sulla strada, poi piano piano scendiamo di livello fino a raggiungerla.
Appena la portiera accenna ad aprirsi, ecco che un gruppo si motociclette, di quelle da passeggio e da ammirare e basta, un gruppo di Harley Davidson, con guidatori barbuti, occhialuti e giubottati, passa rombando senza curarsi dell’automobile e della sua portiera che timidamente si retrae.
Al nuovo tentativo di apertura passa una automobile e suona il clacson.
Poi alla fine scende un uomo, vestito come gli impiegati di banca, con un borsello nero.
In lontananza si sente il rombo, indistinto e sempre uguale, delle macchine sulla strada a scorrimento veloce della gente che torna a casa.
L’uomo chiude con cura lo sportello, senza sbatterlo troppo, va al bagagliaio, ne trae una busta della spesa, di quelle che usano le brave massaie per evitare di inquinare l’ambiente, di quelle di plastica grossa, colorata a grandi crisantemi rossi e gialli, che compri una volta e la usi poi per sempre, e attraversa la strada.
Sul marciapiede incrocia un ragazzotto che va veloce sui pattini con un bello zainetto sulle spalle.
L’uomo sale le scale e è davanti al portoncino di casa.
Esita.
Si gira un attimo, guarda l’orizzonte del suo vicinato, guarda a ovest il tramonto.
Poi, come con un atto eroico, infila la chiave e apre.
Quando chiude dietro di sé la porta, tutto è buio e tutto è silenzio.
Riusciamo a vedere nel buio solo la cornea bianca dei suoi occhi.
Dopo un attimo si muove.
Nel buio e nel silenzio della casa, i rumori che normalmente non si sentono, confusi negli altri, sono amplificati. I suoi passi sembrano quelli del Gigante di Pietra dei cartoni animati, il click dell’interruttore della luce, una martellata al muro, lo scrosciare dell’acqua della doccia il rombo delle cascate del Niagara.
Ora ricompare vestito di una tuta sportiva, abbondate, i capelli umidi con qualche gocciolina che cade dall’estremità, ai piedi pantofole imbottite che non fanno nessun rumore quando cammina.
Accende il televisore.
È grandissimo, di quelli moderni a schermo piatto, a cristalli liquidi.
La stanza, forse un po’ troppo piccola per quel televisore, si tinge di un riflesso blu – azzurrognolo.
C’è un uomo dai capelli bianchi che cerca di essere simpatico, senza riuscirci troppo, che porta avanti un giochetto di parole che i concorrenti devono indovinare. A ogni domanda, nel sottofondo, si sente una musichetta sempre uguale e ripetitiva, di quelle che suonano le slot machine per invogliare a giocare.
L’uomo apre la borsa della spesa e ne trae fuori un pesce.
A dir la verità, sembra un serpente, è lungo e affusolato, quasi piatto, ha una testa con la bocca grande e in essa due denti aguzzi nella parte anteriore. È una spatola.
Con mani sapienti e veloci, taglia via la testa e la parte terminale e con un coltello affilato e lungo taglia la carne staccandola dalla spina e ne fa dei filetti.
Le sue mani corrono veloci. Ora, dopo averla ben pulita e lavata, tritano, con un bel coltello dalla larga pancia, la cipolla da mettere nell’olio caldo per il soffritto.
Per un attimo si ferma e vediamo i suoi occhi fissi sovrapporsi a altri femminili, in un bellissimo viso regolare e giovanile.
Va bene, corri, corri, la carriera ti aspetta, ma io non ti aspetto più! –
Ora le mani hanno ripreso a tagliuzzare, gli occhi della ragazza sono spariti, e quelli dell’uomo piangono.
Ma non c’è un minuto da perdere, il gioco delle parole sta per terminare e per il TG deve essere a tavola, come ogni sera.
La spatola è nella padella, poi sale, un pizzico di peperoncino, origano e un po’ di vino bianco. Due fettine d’arancia e poi tutto è coperto per la cottura.
Ha quattro minuti per apparecchiare la tavola.

Il TG comincia.
La Terra gira nello spazio blu, tra foto, cartoline di mille città, e poi le foto dei personaggi importanti che fanno la politica mondiale.
L’uomo è seduto al suo posto come ogni sera, ha davanti il suo bel piatto di spatola all’arancia, un bicchiere di vino, ma non mangia, i suoi occhi fissano lo schermo.
Ci sono i titoli del TG.
Una voce femminile, calda e monotona, li elenca, mentre le immagini cambiano rapidamente.

Agosto caldissimo quest’anno, preannunciano i meteorologi.

In sei muoiono durante lo sbarco a Lampedusa a pochi metri dalla spiaggia.

Recrudescenza della guerra in Siria, i ribelli accusano  Bashar al-Assad dell’uso di gas tossici.

Sempre più profonda la crisi in Europa, ancora giù il PIL.


13/10/14

Xango

di Mauro Banfi




C’era una saletta interna nel bar Golden di Maccastorna, sperduto paesino in provincia di Lodi, prima che un incendio doloso lo riducesse in cenere.

Uno scrittore d’imagolitweb, un certo Mauro, adorava passare qualche ora in         quell’intima stanza, in compagnia di Gino, il proprietario.
Il caffè era da tempo assediato da macchinette mangiasoldi, videopoker e slot machine che riempivano l’aria del bar con le assordanti vibrazioni delle loro infernali suonerie.
La saletta interna aveva una lunga mensola, usata per sostenere libri di Salgari, Buzzati, Mari, King, Poe, Lovecraft, Melville, London, Stevenson, Conrad, McCharty, in prevalenza.




I muri erano addobbati con due poster: un manifesto di Emilio Salgari, edito dalla Mondadori in occasione dell’uscita della spettacolare opera omnia illustrata dello scrittore d’avventura e il dipinto Ulivi con cielo giallo e sole di Vincent Van Gogh.



Gino e Mauro si ritiravano in questo microcosmo per rifiatare, per cercare una stazione di sosta, per trovare requie dall’implacabile morsa del male di vivere:

Allora Mauro, che cosa bevi? Vuoi far sorgere o tramontare il tuo sole interiore? Pinot o Bonardino? Succo di frutta, orzata o
 Fresco e riposante crepuscolo, Ginosto scrivendo troppo, accidenti a me. Sto smarrendo quella sana distanza che occorre per far sopravvivere la vita, per difendermi dall’incombenza incandescente del mio esigente Daimon.
Duro e implacabile come quel Sole che dona la vita, ma è anche una Potenza inumana e inospitale, che rende irrespirabile l’aria e percuote con la sua carica di violenza spietata le sagome contorte degli ulivi.
Alle volte mi sembra di essere un agnello imprigionato in un mattatoio senza scampo. Dammi qualcosa di piacevolmente freddo e sedativo, per trovare un po’ di pace finalmente, un po’ di ombra, un po' di ristoro.
Ho qualcosa che fa al caso nostro, amico mio, un antidoto alla nostra malattia del Sud, alla nostra eliomania interna. Un rimedio eccezionale che ho trovato nelle foreste del Kemaman, in Malesia, lo XANGO.




─ XANGO?
E un succo ottenuto con un frutto chiamato mangostina. L’albero della mangostina, la Garcinia Mangostana, cresce spontaneo solo nelle foreste di Kemaman in Malesia, ma è ora coltivato in Cina, Thailandia, Australia, India e America .



La mangostina è grande come un mandarino e assume in fase di piena maturazione un colore viola profondo. La polpa bianca e morbida ha un sapore dolcissimo che ha affascinato la dinastia degli imperatori cinesi Ming, ed è uno scrigno di vitamine C e B1, oltre che di zuccheri e sali minerali. Per gustare la mangostina bisogna incidere con un coltello la sua circonferenza, poi, dividere il frutto a metà ed estrarre gli spicchi già abbozzati. Le popolazioni del Sudest asiatico la tagliano a fette, l’essiccano per poi metterla in ammollo e in genere bevono l’infuso che si è formato, lo XANGO.

Previene il diabete e molte malattie cardiache, ma soprattutto rinfresca e guarisce l’anima dalla malattia dell’eccesso di Sole interiore.
Va bene, lo prendo bello fresco, Gino: sei il miglior barista del mondo, non ci piove. Quand’è che riparti per la Malesia, Tigre?
Devo finire di pagare i debiti con i tizi delle macchinette, lo sai, fido Yanez, e poi penso di stabilirmi definitivamente a Kuantan, per scrivere e revisionare i miei racconti di avventura. Salgari scriveva della Malesia nelle fredde nebbie di Torino, io narrerò direttamente sul posto! Verrai con me, Mauro, impavido e astuto portoghese?



- Foreste del Kemaman, Malesia -

No Gino, Re di Mompracem: anchio amo viaggiare da fermo come Emilio e poi ho delle responsabilità verso le persone che mi vogliono bene. 

Oltretutto ogni volta che evado, minseguono e mi riprendono sempre e mi riportano indietro. E non sto parlando dellInterpol o di amanti infuriate, ma dei miei sogni, dei mei rimorsi, dei miei rimpianti, delle mie memorie.
Fai come vuoi, Mauro, E adesso beviamoci un bel bicchiere di XANGO. Poi voglio leggerti una mia novella piena di tigri e serpenti e vascelli in fiamme e pagode misteriose insanguinate: niente male, ascolterai…il titolo è "Mompracem rivivrà!"



Gino aveva contratto dei debiti con il racket dei videopoker gestito da una potente famiglia della ‘Ndrangheta.

Non riuscendo a saldarli scappò in Malesia, e il bar Golden a Maccastorna fu incendiato.
Alcuni sicari lo raggiunsero a Kuantan e lo freddarono con un colpo in fronte.
Mauro si chiedeva se Gino, prima di essere assassinato, avesse bevuto Bonarda o XANGO.


NOTE DELL'AUTORE

- Il video autoprodotto trasmette una canzone del gruppo progressive "Sky", grandi esecutori di crossover tra rock e classica, mia amata cifra stilistica. Consiglio gentilmente il lettore di far suonare il brano in sottofondo, per creare il "mood", il meteo emotivo, la temperie psicofisiologica del pezzo.

La buca

di Rubrus


«Mi domandavo quando si sarebbero fatti vivi».
Davide si terse il sudore e si girò verso Pietro che guardava in alto, verso la sommità della buca.
Pietro accennò con il capo a tre sagome nere che si stagliavano in controluce, in prossimità dell’orlo.
«Pensionati»  proseguì. «Non importa dove, non importa come, non importa quando. Tu manda degli operai a fare un lavoro di qualunque genere e presto o tardi arriva il gruppetto di pensionati che si mette a guardare».
Davide strinse gli occhi, ammiccando. «Dovresti far pagare il biglietto» disse.
Pietro prese la vanga e ricominciò a scavare. «Non c’è niente da fare» riprese, come se Davide non avesse aperto bocca.  «I cantieri li attirano come mosche al miele. Anche una miseria di cantiere come questo. Non gl’importa. Si piazzano lì e ti guardano».
Davide annuì e riprese a sua volta a scavare. Era vero. Lavorava come manovale da poco tempo, ma quel poco gli era sufficiente per sapere che Pietro aveva ragione. Non c’era programma TV, partita a carte, discussione politica, gara di ballo liscio che tenesse. L’assessorato poteva organizzare tutte le iniziative per anziani che gli pareva. Un cantiere era sempre un cantiere, punto e basta.
«Mi danno ai nervi, se proprio lo vuoi sapere» continuò Pietro. Davide sapeva che a Pietro non importava se lui voleva saperlo o no: glie lo avrebbe detto lo stesso.
«Sono sicuro che nessuno di quelli là ha mai preso una pala in mano e che non sanno un accidenti di edilizia, ingegneria o altro. Magari prima lavoravano alle poste o in banca e delle case sapevano solo quello che serve per abitarci, quindi che cosa glie ne dovrebbe fregare di un disgraziato che si spacca la schiena in fondo ad una buca?».
Davide notò che Pietro aveva parlato di “un” disgraziato e non c’era bisogno di chiedergli a chi si riferisse.
«Niente» proseguì l’altro «Niente di niente. Eppure eccoli là con l’aria di sputare sentenze su quello che stai facendo».
Davide alzò ancora lo sguardo. In fondo alla buca faceva caldo, un caldo umido, odoroso di terra, cemento ed acqua stagnante, ma anche là fuori, senza un filo d’ombra, non si doveva scherzare, eppure i tre avevano l’aria di volere rimanere lì tutto il giorno. Ora, forse perché una nuvola aveva oscurato per un attimo il sole, si potevano distinguere alcuni particolari: uno aveva un cappello di paglia che doveva aver rubato a un museo (Davide ebbe una fugace visione di certi filmati del Ventennio), dell’altro si potevano distinguere due gambette secche, tenute all’ombra da una gran pancia, che finivano (Dio ce ne scampi e liberi) in calzini bianchi dentro scarpe di cuoio; il terzo, del tutto in ombra, aveva un bastone.
No, non avevano l’aria di chi voleva pontificare sul lavoro altrui, però era vero: a osservarli a lungo ci si sentiva un po’ a disagio, come se...
«…dico io che bisogno c’è di cablare questo schifo di paese – aveva ripreso Pietro – Nessuno, no? ti pare che quelli abbiano bisogno di essere cablati? E invece no. Ci tocca buttar giù una casa perché ci devono costruire Dio solo sa cosa e poi ci tocca di finire il lavoro a mani, perché, ovviamente, sotto ci passa di tutto: fognature, condotte dell’acqua, del gas, della luce e…» Pietro terminò la frase con una bestemmia. Davide era sinceramente stupito del numero di bestemmie che Pietro conosceva. «Cosa c’è? » chiese, lieto di avere una scusa poter interrompere il lavoro.
«Un dannato groviglio di tubi dell’acqua, ecco cosa c’è» rispose Pietro «se qui tagliamo qualcosa rischiamo di lasciare mezzo paese a secco».
«Allora abbiamo fatto bene a proseguire a mani» disse Davide.
Pietro rispose con una manata contro uno dei pilastri che costituivano le fondazioni della casa abbattuta e che, ora, spuntava dal terreno come l’osso dissepolto di un dinosauro. Il pilastro si lamentò con uno schiocco sonoro che echeggiò per la buca.
«Bene un corno» disse Pietro «Ma quand’è che voi figli di papà capirete qualcosa?» (in un momento di debolezza, Davide aveva rivelato a Pietro di avere un diploma in lettere classiche e questo l’aveva trasformato all’istante in un figlio di papà). «Ci pagano a cottimo, ricordi? Se non possiamo usare l’escavatore finiamo più tardi e se finiamo più tardi vuol dire che tu vieni pagato meno».
Davide pensò che c’era un errore nel sillogismo di Pietro o, per lo meno, un errore nelle concordanze, ma lo tenne per sé.
«Scommetto che l’intera baracca è abusiva. Qui bisogna chiamare il geometra e …» Un’altra bestemmia. Meno colorita della prima, ma comunque notevole. «Il cellulare non prende. Per forza. In questo cavolo di buca in questo buco di paese…» Pietro si diresse verso la scala a pioli che lo riportava a livello del suolo, quattro metri più sopra. «Approfittane per pranzare» disse mentre si arrampicava. «Io vado a parlare col geometra».
E per questo ti ci vuole tutta la pausa pranzo? Si trattenne dal dire Davide, ma l’altro aveva già raggiunto la superficie e ora era nulla più che una sagoma, proprio come i tre pensionati che se ne stavano ancora lì, immobili, a godersi lo spettacolo. Ben presto scomparve alla vista.
Davide imprecò e gettò via la pala.
Ricapitoliamo si disse. Sono in una buca di circa quattro metri di profondità, in corrispondenza delle cantine di una vecchia casa che abbiamo appena buttato giù. Appena sotto la superficie di quello che doveva essere lo scantinato corrono dei tubi dell’acqua che non si sa da dove vengono e neppure dove vadano. Se sono riuscito a capire qualcosa di questo lavoro, qualora tagliassimo i tubi – a parte il rischio di fare un bagno inaspettato – lasceremmo senz’acqua le case vicine. La ditta non vuole rogne, quindi si deve andare in comune, cercare di capire quale potrebbe essere il percorso delle condotte, pagare una tangente all’assessore perché ci autorizzi immediatamente – e dico immediatamente – a proseguire i lavori e un’altra tangente al sindaco perché autorizzi, previa emissione dell’ordinanza, debitamente affissa, la sospensione dell’erogazione. A parte questo il mio compagno di lavoro è un bastardo e io faccio una vita del cavolo.
Impugnò il cesto del pranzo e si diresse verso la scala a pioli. Si fermò.
Mentre erano intenti nelle loro scoperte, il sole si era girato e ora, dentro la buca, c’era un ombra quasi piacevole. Alzando lo sguardo fu abbagliato dalla luce feroce di luglio che sembrava arroventare ogni cosa tranne i tre pensionati che, imperterriti, guardavano verso il basso. Facendosi schermo con una mano, li salutò appena con l’altra, che ancora reggeva il cestino. Calzini Bianchi rispose facendo educatamente «ciao ciao».
Beh, gente, il primo tempo è finito, potrete tornare nel pomeriggio per seguire le Nuove, Mirabolanti Avventure dell’Intrepido Scavatore. E pensare che sognavo di fare l’archeologo.
No, non era una buona idea mangiare all’ombra del camion arroventato.
Si allontanò dalla scala e si sedette nell’angolo più fresco della buca. Anche se il sole le aveva sferzate per tutta la mattina, le pareti lisce delle fondamenta erano abbastanza fresche e, ora che erano all’ombra, appoggiarvisi senza dover muovere un muscolo avrebbe potuto essere quasi piacevole. 
Prese il primo panino e allungò le gambe.
Già pensò dando il primo morso. Avrebbe potuto mangiare lì sotto e magari schiacciare anche un sonnellino al fresco perché aveva la netta impressione che Pietro non sarebbe tornato tanto presto.
Addentò il pasto (pane salame e formaggio) ripromettendosi di mangiare con calma e, soprattutto, di adottare, dal prossimo pasto in poi, una dieta più sana. Come sempre, in meno di tre minuti era già passato al secondo panino. Mentre si costringeva a prendere una pausa (ma, a costringerlo, era, in realtà e come sempre, il groppo di cibo mal masticato che si era creato all’inizio dell’esofago) alzò di nuovo lo sguardo.
Cribbio. Erano ancora lì.
Appoggiò su una gamba quel che rimaneva del panino e guardò meglio. Non soltanto non si erano mossi, ma, accortosi che li stava osservando, Cappello di Paglia stava agitando qualcosa.
Davide non ne aveva visti molti, finora, nella vita reale. Al massimo nelle osterie e nei ristoranti tipici o aspiranti tali.
Era un fiasco.
«Ehilà» stava urlando Cappello di Paglia.
Mentre si alzava e si dirigeva verso la scala, Davide pensò distrattamente che Cappello di Paglia non aveva bisogno di urlare: in linea d’aria distavano circa quattro metri… eppure ebbe anche l’assoluta certezza che, se Cappello di Paglia non avesse urlato, lui non l’avrebbe sentito. Anzi, la voce sembrava venire da un posto incredibilmente lontano e non solo nello spazio, come se loro due si trovassero da due opposti lati della realtà, separati da un diaframma che, solo per qualche momento, si era miracolosamente sollevato.
La sensazione svanì non appena Davide mise piede sulla superficie. Li poteva vedere bene, ora: Cappello di Paglia in calzoni color sabbia, camicia immacolata e bretelle, Calzini Bianchi con la pelata che luccicava al sole come una cupola cromata, Bastone immobile e rugoso come una sfinge.
«Gradisce un goccio?» chiese Cappello di Paglia. La voce era un po’ querula e vagamente metallica. A Davide vennero in mente, ancora una volta, radio Balilla e marcette patriottiche. «Gaspare si sente in colpa» intervenne Calzini Bianchi. «È colpa di suo nipote se vi trovate a faticare con questo caldo. Suo nipote è il sindaco». Cappello di Paglia allungò il fiasco verso Davide. Era appannato e coperto di goccioline, come se lo avessero appena tolto da una cascata. Davide lo prese.
Spettatori affacciati alla fossa dei leoni, ecco che cosa mi ricordano. Era un pensiero scortese, ma trovandoseli lì davanti, non più solo tre sagome in controluce, poteva scorgere gli occhietti dei due più vicini, che luccicavano vogliosi come piccoli cuculi affamati. Il terzo, Bastone, era troppo lontano. Si accorse di non avere un bicchiere. Nei cantieri può sempre succedere qualcosa. È per questo che guardano. Sì, certo, dicono che gli piace veder lavorare il prossimo, loro che ormai sono inattivi, ma è l’incidente che aspettano. Un arto che si spezza, un carico che si stacca, qualcosa che esplode, una lama che taglia un dito, due operai che si pigliano a botte…
«Può tenerselo, se vuole« disse Bastone. Cercò di scorgerne l’espressione, tra l’intrico di rughe che ne scolpivano il volto, ma senza riuscirci. Era come se fosse sempre in ombra, anche se non c’era niente che potesse gettare ombra, lì intorno.
Oppure è come diceva Pietro. Non c’è bisogno di lavori, in realtà. È solo il sindaco che li organizza perché questi vecchi abbiano qualcosa da guardare. O chissà cos’altro c’è sotto.
Davide sgranò ancora gli occhi nel sole, tentando di scorgere l’espressione di Bastone. Inutile. Dopo la semioscurità della buca era come se fosse ancora abbagliato. Era meglio scendere perché (Nyoghta) là sotto sarebbe stato molto più fresco. Più tranquillo e più fresco.
«Grazie» riuscì solo a dire, agitando il fiasco a mo’ di saluto, poi si voltò e riprese a scendere le scale.
Era sicuro che i tre lo stessero guardando, anche dopo che era scomparso dentro la buca.

A svegliarlo fu il freddo. Non la frescura o il fresco. Il freddo. Si accorse di avere la pelle d’oca in tutto il corpo.   
Cribbio imprecò ma quanto ho dormito?.
Quasi tutta la buca era invasa dalle ombre, ormai, ben più fitte e persistenti di quelle del mezzogiorno.
Si alzò, accorgendosi che, in mano, reggeva ancora il fiasco. Era mezzo vuoto. Non l’ho bevuto tutto pensò si dev’essere rovesciato. Non posso averlo bevuto tutto. Non mi ricordo di averlo fatto. Diamine, non mi ricordo neppure se è bianco o rosso. Rovesciò per terra quello che restava. Sembrava bianco e, incredibilmente, sembrava ancora fresco. Ma che fine ha fatto Pietro? Sollevò lo sguardo. Anche se c’era ancora luce, il cielo sopra la buca sembrava già incupirsi da un lato, come se il tramonto fosse vicino.
Rimpianse di non avere con sé un orologio: ne aveva rotti già due in pochi mesi, mentre s’impratichiva del lavoro, così aveva deciso di non indossarne. Ora come ora, però, si rammaricava di non aver voluto correre il rischio di romperne un terzo.
Si diresse verso la scala, accorgendosi di non barcollare. Non sono ubriaco – pensò – Pietro potrà accusarmi di dormire, ma non di bere, ma forse non gli conviene, perché qualcuno potrebbe chiedere che cosa ha fatto lui durante il pomeriggio.  
Al momento, però, non era Pietro il pensiero più importante. Per assurdo che fosse, era un altro, più potente, per quanto inespresso. Devo uscire di qui. Al più presto. Quando sarò fuori potrò anche pensare a che cosa dire a Pietro e a che cosa chiedergli. Potrò anche pensare ai tre vecchi e a restituire loro il fiasco, potrò preoccuparmi di tutto quello che vorrò, ma adesso devo uscire di qui perché… (Nyoghta). 

Il cuore nero di Lucca


un racconto di  Massimo Bianco



Era una fresca mattinata tardo primaverile a Lucca, la stupenda città medioevale, caratterizzata dalla presenza d’imponenti mura di cinta cinquecentesche, che racchiudono come in uno scrigno i fascinosi e turriti palazzi nobiliari e le preziose ed eleganti chiese in stile romanico pisano-lucchese. 
Il tarchiato e muscoloso portalettere Luca Bonicelli si svegliò di soprassalto, in un bagno di sudore, nel suo appartamentino di Via dei Bacchettoni e sedette sul letto. Per la terza notte consecutiva aveva sognato di camminare per le vie del centro con uno strano sottofondo musicale, seguito e minacciato da una pantera bianca, mentre le torri cittadine si piegavano a fissarlo e i muri dei vetusti edifici si stringevano su di lui, per schiacciarlo e inglobarlo al loro interno. Stava ormai per essere soffocato nella stretta della nuda pietra quando si era destato. Si era trattato di un incubo tanto spiacevole quanto sconcertante. Guardò l’ora. Erano le 6,30, mancava mezz’ora al richiamo della sveglia. Tanto valeva alzarsi.   

A quella stessa ora l’ingegner Simone Benvenuti, cinquantenne smilzo eppur panciuto, i folti capelli completamente imbiancati, era già al lavoro nel suo studio, in via delle Conce. Vi si trovava fin dalle 6,00, per apportare gli ultimi ritocchi a un progetto da presentare in Comune. Quel mattino, come spesso gli accadeva, si era alzato prima dell’alba. D’altronde aveva troppo da fare per sprecare tempo a letto. Non dormiva mai più di quattro o cinque ore per notte e quando, come accadeva in quei giorni, era parecchio indaffarato, se ne faceva bastare perfino tre. Tuttavia stavolta qualcosa in lui non funzionava. Provava un’insolita forma d’oppressione, di cui non sapeva spiegarsi l’origine. Sentendosi sbalestrato, interruppe il lavoro e s’affacciò alla finestra. Da quel punto si scorgeva solo il palazzo di fronte e, sporgendosi in avanti e voltando la testa di lato, un breve tratto delle possenti fortificazioni sormontate da alberi, ma con gli occhi della mente abbracciò l’intera città, con i suoi edifici antichi e il suo fascino arcano. 
Per un momento gli parve che dietro l’angolo facesse capolino, minacciosa, una scultura marmorea. Scrollò la testa per spazzar via dalla mente l’assurda immagine. Doveva semplicemente essersi confuso con un uomo in completo bianco. Tuttavia la breve visione l’aveva scosso. Da tre giorni ormai, non appena varcava le mura ed entrava nel venerando cuore di Lucca, cadeva vittima di anomale sensazioni. Gli era ad esempio accaduto appena mezz’ora prima, mentre passava dinanzi all’elegante Palazzo Pfanner, provenendo da casa sua in Borgo Giannotti diretto allo studio. Per alcuni secondi aveva sentito la terra tremare ed era stato colto dalla folle convinzione che le grandi sculture in marmo poste nel settecentesco giardino della villa stessero scendendo dai loro piedistalli per aggredirlo. 
Negli ultimi tre giorni mille pensieri gli si erano affastellati nella mente, impedendogli di pensare e lavorare lucidamente. Per qualche irragionevole motivo covava l’impressione che Lucca lo respingesse e lo volesse addirittura assassinare. E ora il cuore gli batteva all’impazzata, si sentiva avvolto dall’ovatta e un anomalo ronzio gli impediva di udire bene eventuali altri rumori. Avrebbe forse dovuto recarsi da uno specialista, ma non sapeva decidersi. E quale medico, poi? Un cardiologo o un otorino? O, Iddio non volesse, uno psicopatologo?

L’assessore all’urbanistica Laura Giurlani, bassa e grassoccia, si recò come ogni giorno in Comune. Quel mattino si sentiva stanca. Da tre notti dormiva male, disturbata da incubi tanto intensi quanto sgradevoli, che si ripetevano non appena chiudeva occhio. Al risveglio non ricordava con chiarezza il soggetto del sogno, rammentava soltanto la sua paura e una bianca confusione di membra umane e feline, ma sapeva che si trattava di una terribile minaccia riferita a Lucca. Era come se la città volesse dirle qualcosa, anzi, come se nutrisse del rancore nei suoi confronti. 
Era spiacevole che ciò le accadesse proprio quando stava per presentare il piano destinato a segnare il volto del capoluogo toscano per i successivi decenni e a decidere della sua carriera politica. Avrebbe invece avuto bisogno di essere lucida e concentrata per affrontare le inevitabili discussioni e lotte in consiglio. Forse però era naturale che succedesse allora. Il progetto l’aveva impegnata molto, tutte le sue giornate erano state faticosissime e magari durante la notte il suo inconscio scaricava la tensione attraverso i sogni. Una volta approvato si sarebbe di sicuro sentita meglio e di conseguenza avrebbe ripreso a dormire come si deve, ne era convinta. Si sforzò dunque di rilassarsi. Alle 11,15 aveva una riunione importante e voleva affrontarla al meglio delle sue forze.

Passeggio per le vie medievali di Lucca. Attraverso la lunga e stretta Via Fillungo e poi Piazza dell’Anfiteatro, così chiamata perché le case ricalcano il perimetro dell’antico anfiteatro romano, intorno al quale furono costruite. Più avanti si apre Piazza San Frediano. 
Benché semplice turista, conosco bene le tue strade e i tuoi segreti, oh Lucca. Son venuto così tante volte nel tuo fascinoso centro urbano, incantato dal tuo splendore! Stavolta però avverto insolite realtà. Colgo un’indefinibile presenza aliena occhieggiare tanto dai tombini quanto dai cornicioni. Non ero mai stato vittima di simili percezioni, prima d’ora. Non avrei neppure mai creduto di poterne provare. Mi passo una mano sui lunghi capelli, perplesso. Mi sento osservato, ma nessuno nei dintorni manifesta interesse nei miei confronti. Cosa mi prende, dunque? 

Erano appena passate le 10 e la mente di Luca Bonicelli si smarriva. Il funzionario consegnava la posta come ogni mattina, tuttavia si sentiva strano e confuso. Attraversava il centro storico di Lucca come se fosse stato avvolto nella nebbia. Percorreva le strette vie e a tratti le pareti degli antichi palazzi gli parevano intenzionate a stringersi su di lui. Erano tre notti di fila che faceva un sogno analogo, evidentemente se ne stava facendo condizionare. Fatto sta che attraversando strade e piazze si sentiva oppresso da una sensazione ignota. 



Svoltò in un vicolo e dinanzi a lui il campanile di San Frediano si stagliò in tutta la sua imponenza. Alzò gli occhi ad osservarlo, possente e merlato, in tutto e per tutto simile a una torre civica nata a scopo protettivo. In città molti campanili presentavano questo aspetto militaresco, come se le medievali gerarchie religiose avessero voluto competere con le famiglie nobili loro coeve in ambito civile. Erano difatti queste ultime, come accadeva peraltro in tante altre parti d’Italia, a far edificare torri difensive sui loro palazzi, innalzandole poi verso il cielo in una corsa a chi arrivava più in alto, a diretta testimonianza della potenza e ricchezza del committente. 
Eccolo dunque lì, a un tempo massiccio e slanciato. Una finestrella angusta e solitaria si apriva a un terzo circa del percorso. Ai piani superiori le aperture aumentavano di numero e colonnine le suddividevano dapprima in bifore, quindi in trifore e infine, verso la cima, in spaziose quadrifore, come occhi di gigante sempre più grandi. 
Bonicelli si sorprese del paragone. Non sapeva da dove gli venisse, neppure quando era piccino le finestre gli rammentavano degli occhi. Guardò di nuovo la torre e d’improvviso si sentì osservato. Ma da chi e come? In quel momento un paio di persone entravano nel vicolo e una terza, indistinguibile in lontananza, passava in bicicletta, ma ognuno pareva farsi i fatti propri. Alzò lo sguardo. Alle finestre circostanti non si scorgeva anima viva. Eppure la sensazione persisteva. E all’improvviso comprese. Era un’intuizione illogica e folle, eppure gli si affacciò nella mente con la solidità di una certezza assoluta: era il campanile stesso a spiarlo. 
Riportò lo sguardo verso l’alta e possente torre merlata e, come in risposta alla sua attenzione, questa cominciò a spostarsi. Dapprima fu un movimento impercettibile, ma subito si fece più evidente. La torre s’incurvava. Piegata in avanti, rivolta verso di lui, lo guardò coi suoi immensi occhi multipli. In quello stesso momento i palazzi del vicolo parvero di nuovo ondeggiare e stringersi per schiacciarlo. Bonicelli provò una senso di vertigine e per non cadere dovette serrare le palpebre e appoggiarsi alla parete più vicina. Si sentiva male, ma l’ipotesi che davvero la torre campanaria si fosse curvata ad osservarlo o che i palazzi lo accostassero gli pareva dissennata. La percezione appena provata non poteva essere frutto che di un’allucinazione. Non osava più riaprire gli occhi. Cosa poteva significare tutto ciò? Era sano, forte e ancora giovane, dopotutto aveva appena trentasette anni. Non beveva mai più d’un bicchiere a pasto né si era mai drogato. Perché avrebbe dovuto succedergli un’assurdità del genere? Quali allucinazioni potevano colpire un uomo esente da ogni malanno? Lui stava sempre bene perfino all’epoca in cui il sistema immunitario si doveva ancora sviluppare appieno, unico bambino della sua scuola a non prendere mai l’influenza, tutt’al più un innocuo raffreddore. 

Doveva essere immobile da parecchi secondi, ormai. E se nel frattempo la torre si stesse  avvicinando, si domandò con una punta di panico, se fosse pronta a ghermirmi? Ma no, si rassicurò poi, ciò era impossibile, lo sapeva bene. Eppure era agitato: non poteva più tenere gli occhi chiusi, doveva aprirli, ora, subito, scoprire cosa stesse accadendo intorno a lui. Li spalancò, dunque, e si guardò freneticamente intorno.
Non stava accadendo nulla, naturalmente. Il campanile di san Frediano era immobile al suo posto, come sempre. In quel momento il vicolo era tranquillo e silenzioso. Nei paraggi c’era soltanto un tizio intento a guardarlo con aria vagamente preoccupata.
“Non si sente bene, per caso? Ha bisogno d’aiuto?” chiese costui quando s’accorse di aver attirato la sua attenzione.
Luca Bonicelli si affrettò a rassicurare che era tutto a posto, quindi l’osservò meglio. Era sul metro e settantacinque, volto ellittico, capelli piuttosto lunghi, occhiali fotocromatici. Nonostante l’aria mattutina ancora frizzante indossava una maglietta bianca a maniche corte. Su di essa campeggiavano quattro foto attraversate dalla scritta <<Savona e la sua provincia>>. Teneva in mano una fotocamera digitale. Era di certo un turista. Il forestiero fece un leggero cenno d’assenso con la testa e si avviò verso il centro, senza aggiunger verbo. 
Bonicelli si riscosse e tentò di riprendere il suo giro. Continuava però a sentirsi strano e si muoveva come in trance. Ben presto un lieve capogiro lo costrinse a chiudere per qualche altro momento gli occhi. 
Quando li riaprì, lo sguardo gli cadde sull’ingresso della pinacoteca nazionale, in via Galli Tassi. Perplesso sbatté le palpebre e si voltò. In apparenza proveniva da Via delle Conce o dalla Piazzetta delle Carceri, ma non avrebbe avuto motivo di compiere tale percorso, la sua area di consegne terminava assai prima, all’incrocio con Via degli Asili, era quindi del tutto fuori zona. Tentò di far mente locale, ma si rese conto con stupore di non sapere come vi fosse giunto. Dopo l’allucinazione sofferta e l’incontro col gitante non ricordava più nulla. Controllò la sacca della posta. Era ancora piena per metà. Era spaventosamente indietro col lavoro, eppure il suo orologio segnava le 11,20. Aveva perduto gli ultimi settanta settantacinque minuti.

A mezzogiorno l’ingegner Benvenuti ancora non si vedeva. Laura Giurlani era spazientita. Non era da lui, lo conosceva come un uomo puntualissimo. Possibile che giungesse con tale ritardo in una giornata così importante? Cosa diavolo stava combinando? Non poteva procedere con la relazione senza la sua presenza. Chiese qualche minuto di pausa per rintracciarlo. Il suo telefonino era spento, compose allora il numero fisso dello studio. Al quarto squillo la telefonata venne presa.
“Simone, sono Laura. Cosa fai ancora lì? Non ti sarai mica dimenticato della relazione?”
Le rispose però una voce sconosciuta. “Con chi parlo, scusi?”
“Uh, sono l’assessore all’urbanistica Giurlani. Chi è lei? Non c’è l’ingegnere?”
“Buon giorno assessore. Sono il maresciallo Cariddi. Purtroppo devo darle una cattiva notizia.” 

Quella sera i coniugi Bonicelli cenavano in cucina, la tv sintonizzata su un tg, quando lo speaker annunciò un delitto eccellente a Lucca. L’ingegner Simone Benvenuti era stato assassinato nel suo studio, colpito da sette pugnalate al petto e alla schiena.
“Dio mio, no, Simone!” Gridò Emilia Bonicelli, accasciandosi sconvolta. 
“Tu conoscevi quell’uomo, Emilia?” Chiese Luca, sorpreso.
La moglie lo guardò, scioccata. Le occorse qualche secondo per recuperare l’autocontrollo e rispondere al marito.
“Io, sì, cioè, un poco. Sai, Lucca è una città piccola, in fondo, non è strano. Mi era stato presentato alcuni anni fa. Era simpatico e gentile. Lo conoscevo appena, per la verità, ma sentire una notizia così, di qualcuno conosciuto di persona, anche se di sfuggita, fa un effetto terribile.”
Luca vide le lacrime scorrerle sulle guance e ne fu addolcito. Aveva sempre saputo che sua moglie era una persona sensibile. Doveva consolarla. Le si fece vicino e la strinse tra le braccia, ma una nuova scossa di terremoto ne spezzò il languore. Il lampadario prese a ballare, un vasetto scivolò dalla mensola e cadde sul pavimento, andando in pezzi. Marito e moglie si alzarono in piedi, agitati.

La Città pulsa e respira. Infonde suoni ed esterna visioni di se stessa e di sue parti, sconvolgendo la popolazione con tali apparizioni. L’urbe si scuote sulle proprie fondamenta e si smuove, causando violente scosse di terremoto. I lucchesi escono in strada, spaventati, tutto però sembra a posto. Nelle abitazioni è caduto qualche suppellettile, tuttavia in giro non si scorgono danni. 
Lucca è furiosa e lo trasmette. Odia alcuni suoi cittadini e i loro progetti. Lucca vuole vedere loro morti e i progetti abbandonati. Trema e sospira e ogni tremito e sospiro è un’ulteriore scossa.

Luca Bonicelli percorreva le vie interne alla cinta muraria. Il borgo intero incombeva ostile su di lui, con i suoi edifici antichi, le sue torri e i suoi tetti di ardesia. All’improvviso una nivea pantera gli apparve davanti e lo fissò, dolce e crudele a un tempo. Con la zampa sinistra reggeva uno stemma, simbolo cittadino. La riconobbe. Era la pantera marmorea istallata sulla porta di santa Maria. La rocciosa belva fece le fusa e quel suo sinistro ronfare poco alla volta si tramutò in una voce umana, che ripeteva all’infinito la medesima parola… uccidi, uccidi, uccidi. Ma perché? E soprattutto, chi? Chi avrebbe dovuto uccidere? Si trattava peraltro di una voce nota. Apparteneva al forestiero che il giorno prima, presso San Frediano, gli aveva chiesto se stava bene. 
Gli apparve poi la Vergine Maria, con la veste azzurra e tutta luccicante d’oro. Ella gli parlò con un’improbabile voce maschile, la stessa della pantera e dunque del turista ligure, esigendo la morte di qualcuno. Bonicelli non fece però in tempo a capire chi fosse il bersaglio da abbattere, perché si svegliò, di nuovo sconvolto e immerso in un bagno di sudore. L’incubo si era ripetuto per la quarta notte filata, ancora più intricato, accurato e sconvolgente delle volte precedenti. 
Un’apparizione della Madonna? Si stava verificando un miracolo? Possibile? Lui come i pastorelli di Lourdes? Per commissionargli un omicidio? Assurdo e finanche ridicolo. E poi perché mai la Vergine Maria avrebbe dovuto rivolgersi proprio a lui, ateo convinto da sempre? Cercò di ricordare la scena appena vissuta. La Vergine si distingueva alla perfezione, non sembrava però una figura propriamente intera, sembrava piuttosto come… spezzettata, ecco. Strana impressione, invero. Ma spezzettata come? Luca cercò di schiarirsi le idee. Era come se fosse stata suddivisa in innumerevoli tasselli, in tante… e all’improvviso comprese. Era un mosaico. Da dove poteva giungergli siffatta visione? Dubitava che potesse avere origini lucchesi. Lui, da sempre appassionato della sua città, di cui si vantava di conoscere ogni angolo, ogni opera d’arte, non aveva mai visto quel particolare mosaico. E perché gli parlava con la voce del tipo incontrato dietro San Frediano? 
Rivolgendo il pensiero alla chiesa, la sua preparazione culturale gli permise di trovare almeno un brandello della soluzione. La figura doveva appartenere al mosaico bizantineggiante, raro esempio di decorazione musiva in una facciata romanica, in San Frediano. Più precisamente era quella parte, in origine posizionata tra i dodici apostoli, che non esisteva più, perché in sua vece era stata aperta una stretta finestra. Per questo motivo non l’aveva individuata subito. Quanto alla voce, chissà, forse si era trattato soltanto di un escamotage del suo inconscio per farlo pensare, per associazione di idee, alla facciata della chiesa. 
Pur sentendosi assai stanco, a quel punto il postino decise di alzarsi, di nuovo in largo anticipo sulla sveglia. Era ancora presto per recarsi al lavoro, tuttavia non gli andava di restare a casa. In attesa di prendere servizio decise allora di fare una passeggiata, ma appena incamminatosi ebbe una vertigine e poco dopo s’incamminò in una ben precisa direzione, di nuovo inconscio dei propri movimenti.

Laura Giurlani svolgeva le faccende domestiche nella sua casa di via Nazario Sauro, non lungi dalla stazione, quando suonarono alla porta. Guardò l’ora, erano le 7,10. Se ne sorprese, non era certo il momento di disturbare. D’altronde da quando si era assunta responsabilità amministrative era già accaduto che la cercassero in orari inopportuni. Doveva essere accaduto qualcosa di grave, però avrebbero dovuto telefonarle, prima di venire. Credono forse che un membro della giunta debba essere disponibile ventiquattrore su ventiquattro? Si chiese irritata. 
Suonarono di nuovo. L’assessore Giurlani andò a rispondere di persona. Era, infatti, nubile e viveva sola. La sua era una scelta esistenziale, era contraria al matrimonio e diffidava dell’altro sesso. Non che i pretendenti avessero mai fatto la coda per lei, in verità.
“Sì, chi è?” Chiese titubante.
“Una raccomandata per lei, signora.”
Attraverso lo spioncino Laura Giurlani riconobbe la divisa. Non era il postino solito ed era in anticipo sull’orario di servizio, tuttavia aprì senza timore. L’uomo, tarchiato e assai muscoloso, le si avventò addosso a occhi sbarrati, brandendo un coltello. Laura urlò, mentre l’estraneo le afferrava un braccio con la mano libera e lo stringeva in una morsa ferrea. Ogni tentativo di divincolarsi  risultò inutile, costui era troppo forte per lei. Fu del resto questione di pochi attimi, poi il pugnale le affondò una prima volta nel plesso solare, sollevando uno spruzzo di sangue e provocandole un’intensa fitta di dolore. Le energie la abbandonarono e il grido di paura si tramutò in un rantolo.