16/01/17

FALCON TEMPO E IL PROGETTO "STARDUST" DI 90Peppe90 e Mauro Banfi

                                                       
  PROLOGO 
                             di 90Peppe90




L’universo.

Uno sconfinato spazio dalle molteplici sfaccettature, dalle infinite possibilità, dalle numerose sovrapposizioni e mescolanze di livelli e dimensioni, strutture e sovrastrutture, secondo regole precise e perfette, la conoscenza delle quali è riservata a pochi e anelata da molti.
Tutto si muove ed esiste in perfetta armonia, seguendo uno schema ordinato ed esente da errori, tracciando precise scie nello spazio-tempo e assolvendo – quasi sempre inconsciamente – obiettivi prefissati, necessari alla stabilità e all’equilibrio, al giusto corso degli eventi.
Eppure, non tutte le componenti dell’universo – unico e multiplo al tempo stesso – si limitano a procedere come da copione predeterminato. Non tutti si limitano a seguire le indicazioni e attenersi alle leggi, allo scopo ultimo della loro creazione. Perché alcuni di questi elementi sono caratterizzati dall’intelligenza. E, a volte – ma solo a volte –, vanno oltre. Si spingono più in là, riuscendo a sbirciare o, addirittura, mettere la testa fuori dal sentiero tracciato davanti a loro dal momento della nascita.
Un comportamento apprezzabile, assolutamente positivo in taluni casi, l’esatto opposto in altri. Rompere l’ordine, spezzare la precisione, provare a modificare il percorso. Eliminare l’accezione “predeterminata” dal significato dell’esistenza.
Capita che questi episodi fuori dagli schemi generino interessanti modifiche alla Creazione, migliorie che siano di giovamento al tutto e a tutti. In altre occasioni, invece, la multipla struttura unitaria dell’universo ne risente negativamente…
Una di queste occasioni sta avendo luogo in un pianeta ovviamente abitato da forme di vita intelligenti. Una popolazione che ha chiamato il pianeta “Terra” e si è identificata come “genere umano”.
Una popolazione che si prepara ad assistere, occhi al cielo e bocca aperta per lo stupore, ad uno spettacolare accadimento prodotto dall’universo che li accoglie e circonda.
Una popolazione ignara che ogni accadimento sia caratterizzato da un dato obiettivo. Un compito da svolgere.
Che presto sarà rivelato.
 FALCON TEMPO  
                  di Mauro Banfi    


-         A Giuseppe Vitale



- Leonardo da Vinci "Mago":
disegno di Antonio Calzone -


             I – ACQUA CHE CADE SULLE ACQUE    

Una lunga e corpulenta gatta rossa stava osservando dalla finestra della sua amica umana Lucrezia Donati, nelle pieghe di una giornata umida e ventosa, il suo eterno fidanzato Piero entrare in un casolare dimenticato del paesino di Vinci, a pochi chilometri da Firenze.  
Dietro la tendina azzurra, la custode delle visioni non perdeva un movimento del suo sodale a due zampe.   
Quanto era cambiato dai tempi dello spolverio delle stelle…     

“Mi chiamo Piero Vinci e comincio a scrivere questo taccuino nel segno della metamorfosi: racconto una serie di mutazioni che mi hanno reso diverso da quello che ero un tempo, quando ero sempre identico a me stesso.
Dal giorno di quella prima mutazione – quando la Via Lattea scivolò giù dalla tendina della notte ed entrò sibilando nella mia anima -, fino al ritrovamento di questi simboli incisi dal mio avo Leonardo da Vinci sulle tavole di noce di questa parete,

         
- osservare il disegno con uno specchio per decifrare le frasi di Leonardo -

mi è sembrato d’aver riconosciuto qualcosa che prima avevo sotto il naso, da quando sono nato, e non riuscivo a notare.    
Premo il pannello quadrato su cui sono sovraincisi i geroglifici “zero serpente – zero più”, e un meccanismo sconosciuto e segreto mi rivela la macchina del tempo inventata dal mio antenato.       


Ora collegherò nell’ingranaggio laterale le tubature che alimenteranno il Falcon Tempo al torrente Streda e i vortici si propagheranno, come è scritto nel taccuino segreto:       

-La direzione prevalente (potente) del movimento in linea retta e il movimento rotatorio prodotto dall’elemento che si scontra con la sua stessa massa causa il vortice.    
Nella struttura dell’icosidodecaedro vedasi come i centri di violenza in espansione, scatenati all’esterno nella materia, diventano vortici centripeti di interiorizzazione -.
Mi preparo a viaggiare nello spazio-tempo.”        






I – IL VOLTO NASCOST

“Dal giorno dello spolverio delle stelle sono continuamente un altro.
Diventa sempre più difficile per me ricordare che cosa ero come burocrate della Repubblica italiana.     
Per approssimazione, direi qualcosa come un grosso e grasso ragno – sempre e ogni giorno immedesimato nella mia funzione -.
Tutto ciò che è banale e ripetitivo aveva intessuto intorno a me una ragnatela sempre più fitta e spessa e quei fili erano diventate le sbarre d’acciaio di una prigione dove io stesso stavo seduto al centro, seduto sulle mie feci; come una abnorme tarantola che è rimasta impigliata nella sua stessa trappola e deve autoavvelenarsi e nutrirsi del suo stesso organismo per non morire di fame.       
       
                                                     ***
Un giorno il mio collega d’ufficio Michele mi avvisò che quella sera andava in onda una puntata speciale di “Ulisse, il piacere della scoperta”, intitolata “Il volto nascosto” e dedicata al grande Leonardo da Vinci.     
La guardai in prima serata estasiato, e vidi il volto del mio antenato nascosto sotto le frasi redatte con la scrittura mancina a specchio nello strabiliante “Codice del Volo”, riprendere la sua fisionomia cinque secoli dopo, grazie alle meraviglie della computer grafica.




Registrai la trasmissione e poi fissai quel volto nello schermo col fermo immagine: ero io, sputato e uguale, quell’uomo di mezz’età dalla capigliatura fluente e i grandi occhi azzurro chiaro.



Da quando sono nato, ho cercato di leggere e studiare le opere di Leonardo, e ho provato anche a penetrare, con l’aiuto di qualche manuale di divulgazione, gli scritti di Giordano Bruno, Copernico, Galileo Galilei ed Einstein.
Ma non ho mai capito nulla delle loro teorie e delle loro intuizioni.
La mia è sempre stata solo una somiglianza fisica a fare da involucro a una totale ignoranza.    
Io, un anonimo discendente di Pandolfo da Vinci, nato nel 1494, figlio di Piero – il padre di Leonardo – e di Lucrezia da Guglielmo Cortigiani, la quarta moglie del trisavolo sposata da Pandolfo nel 1486, sono sempre stato del corredo genetico grezzo, privo di qualsiasi scintilla della prodigiosa intelligenza leonardesca.

                                                    ***

Quella stessa fine settimana ero salito da Firenze a Vinci, nella casa ereditata dalla mia famiglia (nel tempo il cognome aveva perso la preposizione “da”, in via Roma (ai tempi di Leonardo si chiamava Piazzetta Guazzesi).   
Come sovente amavo fare nei fine settimana, puntai il mio dilettantesco cannocchiale galileiano verso la stellata splendente della Via Lattea.
Come sempre provavo un intenso piacere fisico per quel contatto notturno con l’universo, ma persisteva quel totale distacco dell’incolto che ero.      
I miei pensieri torbidi e ciechi non andavano oltre l’irrazionale gusto di sentire gioia per essere lì, in quel momento. 
Poi avvenne il prodigio.       
Le stelle presero a pulsare e poi scoppiarono come fuochi d’artificio e disseminarono intorno a loro una polvere radiosa che ricoprì ogni cosa.
Il mio corpo diventò luminoso e la mia mente iniziò a concepire ragionamenti vasti e articolati mai avuti prima. 
Riflettevo sulla crescente complessità dell’universo.    
Man mano che le nostre conoscenze scientifiche sono cresciute, la crescente complessità del Cosmo nella coscienza umana è diventata sempre più coerente e consapevole.
Stiamo imparando ogni giorno un pochino di più che siamo solo una piccola parte di questo continuo flusso d’energia (non creato e senza fine, non nato e mai non morto, al massimo inorganico e non vivo) che chiamiamo Multiverso.    
Non siamo il centro del Cosmo: non lo abbiamo ancora assimilato a livello psicofisico (solo cerebralmente), ma è così.  
Non siamo una razza eletta, a parte, distinta dagli animali, dai vegetali e dai minerali.
Non lo abbiamo ancora incorporato - questo scomodo sapere – nelle nostre vite quotidiane, ma è così.    
Siamo come un figlio unico, mammone e viziato, che crescendo e sperimentando impara che gli universi non girano intorno a lui come credeva quando era un fanciullo cresciuto nella bambagia.     
Siamo una parte interconnessa della natura: siamo natura integrata alla natura.       
Non siamo osservatori esterni, indifferenti, neutrali.   
Siamo situati nel Cosmo: il nostro punto di vista è sempre dall’interno del Multiverso, anche quando ci atteggiamo a freddi e distaccati analisti.       
Nell’oceano immenso di galassie e di stelle siamo solo un infinitesimo angolo sperduto ma ricoperto dalla stessa polvere di stelle, percorsa dalle stesse particelle e onde luminose che emettono le supernove quando nascono esplodendo.   
Ah, Il mio organismo diventò sfolgorante mentre il divino ascende in ogni momento attraverso la materia… o forse la materia è il divino nella sua forma più condensata?”   

01/01/17

LE PECORE CINESI



(storia da leggere per non diventare uno zero sommato)
“Chi si fa pecora, il lupo se lo mangia”
Proverbio popolare  

Avvertenza: il racconto è politicamente scorretto


I




Così avvenne che il pastore chiamò a rapporto i suoi cani-pastore e disse:
«Oggi marchieremo sulla fronte delle nostre pecore cinesi il segno dello zero sommato.    
Questo è il grande giorno per il quale siete stati cresciuti e addestrati fin dalla nascita.    
E’ bene ricordarvi perché state per operare questa bollatura a fuoco.
Le pecore cinesi sono lo scheletro e il sostentamento della nostra società, prima di essere il nostro lavoro.    
Gli ovini cinesi ci forniscono lana, latte, combustibile sotto forma di escrementi e infine la loro stessa carne.    
Affinché producano tutte queste merci senza ribellarsi alla loro funzione sociale è necessario che credano di essere libere e felici.    
Per indurle in questo stato di manipolazione ipnotica civile, fin da quando erano agnelli, sono state educate a conformarsi all’ideale vigente nelle grandi città che comprano i loro prodotti finiti: l’acquisto compulsivo e insensato di oggetti e di cibo.    
Fin da quando erano agnelli, sono state convinte a credere che la loro lana serve a creare degli stracci chiamati “vestiti alla moda”, che gli abitanti delle megalopoli si accaparrano dentro enormi capannoni.    
E che i loro escrementi alimentano le macchine che trasportano gli uomini per tutto il pianeta.    
E che il loro latte è trasformato in cibo che va a ruba nei grandi magazzini delle città.    
E infine anche la loro stessa carne sarà data in pasto agli affamati nevrotici delle città che si gettano su ogni tipo di cibo e di consumo in modo ossessivo e violento.    
Fin da agnelli, inculchiamo nelle loro menti il senso doveroso e ineluttabile di un inconsapevole sacrificio, in nome della nostra gloriosa società di pastori.    
Oggi, miei fedeli cani-pastore, radunerete il gregge delle pecore cinesi nel recinto di raccolta e le incanalerete nel corridoio della marcatura, dove a una a una sarà tatuato sulla loro fronte, con il ferro incandescente, il logo dello zero sommato.    



Per renderle mansuete organizzeremo per conto loro una marcia di protesta contro le aggressioni dei lupi cattivi, nostri complici nell'opera di coesione e protezione sociale.    
Permetteremo loro d’indossare qualche straccetto colorato per farle sentire più emancipate e ribelli; lasceremo che urlino qualche frase stereotipata senza senso e costrutto, tipo “i lupi cattivi sono l’espressione di un sistema malvagio”, o “vogliamo crescere i nostri agnelli in pace!” e, manipolando i loro deboli cervelli con questi ridicoli luoghi comuni, in questo modo le renderemo degli zeri sommati, una specie di bestie d’armento che vive senza futuro e incapace di creare una propria vita autonoma.    
Più si crederanno libere e felici più le controlleremo a nostro piacimento.    
Con la finta marcia di protesta rafforzeremo in loro l’istinto gregario del gregge, vale a dire l’impulso a essere “zero più zero uguale a zero”, dove ogni zero ha “diritti uguali” agli altri zero, dove è virtuoso ed eticamente civico e sociale essere zero.    
Il mantenimento di questo ideale gregario è fondamentale per promuovere l’ideale dominante della nostra società: l’acquisto insensato e ossessivo di oggetti e di cibo.    
Consapevoli della necessaria importanza del nostro lavoro, su la zampa e pronunciate, prima dell’operazione di marcatura, il nostro giuramento di fedeltà eterna alla società dei consumi:    
( il pastore strinse il pugno e tese il braccio destro davanti al suo cuore, mentre i cani-pastore alzarono le zampe destre)
  
“Produci, consuma e crepa!  
Zero più zero uguale a zero!  
Produci, consuma e crepa!  
Ma zero elevato allo zero, che si eleva dallo zero, può diventare uno, può diventare qualcosa d’individuale e di pericoloso, e allora:  
omologare, conformare, sorvegliare, prevenire e reprimere senza pietà!
Produci, consuma e crepa, zero sommato!”    

11/12/16

ERIK SITTONE


           
  Regia Grafica del racconto e illustrazione originale di Fabio Cavagliano
   
"II Comune di Pavia conserverà in perpetuo i boschi, mantenendone inalterata la parte ad essenze forti, testimonianza preziosa dell'antica vegetazione del Ticino". 
Dal lascito di Giuseppe Negri dopo la sua morte nel 1968 

“Da Morte questo mondo era coperto, da fame, perché Morte è fame”.
Śatapatha Brāhmaṇa 



Il Bosco “Siro Negri” situato nel cuore del Parco del Ticino, a poca distanza dal centro per la reintroduzione della Cicogna Bianca di Cascina Venara, è di proprietà dell’Università di Pavia alla quale venne donato come eredità dal testamento di Giuseppe Negri, che lo volle dedicare alla memoria del fratello Siro. 
Nel 1970, in occasione dell’Anno Europeo per la conservazione dell’ambiente, il bosco, che ha una estensione di poco superiore ai dieci ettari, è stato definito “Zona A”, Riserva Naturale Integrale.



         


E’ uno degli ultimi lembi della foresta riparia del fiume Ticino e riveste una grande importanza biologica, storica e scientifica.
Questo prezioso patrimonio conserva ancora oggi molto della foresta planiziale che un tempo ricopriva la quasi totalità della Pianura Padana; al suo interno sono presenti maestose piante di pioppo nero e bianco.
Gli alberi hanno un'altezza media di trenta metri, con esemplari che superano i quaranta.
La componente arborea è formata inoltre da alberi di farnia alla quale si accompagnano, nelle aree più umide gli alberi di olmo e di ontano nero. Edera e clematide sono le liane più comuni e diffuse; rara la vite silvestre.
Lo strato arbustivo alto supera i dodici metri; l'arbusto più diffuso è il nocciolo; ma hanno una buona presenza anche il pado e il biancospino.
I bassi arbusti sono dispersi e sono dominati dal cappel di prete e dal sanguinello.Le erbe formano un tappeto quasi continuo; tra le più diffuse vi è Oplismenus ondulatifolius . 
Molte sono le piante schiantate al suolo e particolarmente intricata è la vegetazione sopracitata del sottobosco: questo è dovuto al fatto che da decenni non si fanno volutamente interventi e la vegetazione è libera di scegliere la sua evoluzione naturale. 
Questi alberi caduti sono il simbolo del collegamento fra la morte e la vita che continuamente risorge.

        

Il Bosco Siro Negri è un luogo magico dove dall’apparente caos rinasce la bellezza della vita. 

E in questo piccolo Eden s’aggiravano Erik Sittone con i suoi due complici, il “Luccio” e il “Siluro”, i due fratelli Lucio e Silos Brondoni.
Erik, bracconiere e tagliatore abusivo di alberi, con la sua motosega munita di silenziatore a tracolla, con pochi cenni indicò ai suoi assistenti, (anch’essi armati di ascia e di scure), di dirigersi verso un pioppo bianco monumentale che si stagliava, quasi a toccare il cielo, nel centro del bosco.
Stavano marciando fin dal primo mattino lungo la sponda protetta dal canneto e dagli arbusti del Ticino, ben attenti a non far rumore per non farsi notare da nessuno. 
A Erik della “Zona A” non fregava niente: era d’accordo con un mobiliere della zona per la consegna di un’ingente partita di assi di pioppo bianco secolare che sarebbe stata pagata con un prezzo esorbitante. 
E così, eseguito a puntino quel lavoro, sarebbe potuto andare a caccia in Polonia per un mese con i suoi cani da caccia vichinghi, la sua fedele muta di Deutsch Drahthaar. 
Puntando verso il maestoso pioppo bianco, i tre tagliatori abusivi passarono nelle vicinanze di uno strano tempietto di marmo bianco, dove troneggiava vicino alla sua entrata la statua la figura di una regale signora che reggeva una torcia con la mano destra e un fascio di spighe e papaveri con la mano sinistra. 

           

«Avanti ragazzi, non perdiamo tempo a vedere che cosa c’è dentro a quel cesso imbiancato di fresco: sarà la solita sega mentale di quei froci comunisti dell’Università di Pavia…» disse Sittone, gorgogliando un risolino feroce, mentre si faceva largo tra gli arbusti del sottobosco a colpi di machete. 

Il “Luccio” e il “Siluro” gloglottarono una risata sgangherata in segno di risposta e gli andarono dietro, frementi di finire il lavoro e incassare la loro parte per bersela al bar in birre e calici di vino frizzante.
In men che si dica il trio di bracconieri del legno raggiunse la base del grande pioppo monumentale, che tramite il suo fogliame rilasciava nell’aria un tremulo brusio.



                                           


04/08/16

THOUREAUIA*

                                                         

- alle amiche e agli amici in viaggio;
- a Paolo Rumiz, che possa presto ripartire.

«Oggi esistono molti professori di filosofia, ma filosofi nessuno».
Henry David Thoreau.   

                     

                  
“Un giorno che ero uscito per andare alla mia catasta di legna, o piuttosto alla mia catasta di ceppi, osservai due grandi formiche, una rossa e una nera (questa molto più grande della prima e più lunga di quasi mezzo pollice) che combattevano ferocemente fra loro. Una volta che riuscirono ad afferrarsi, non si lasciarono più andare, ma lottarono e combatterono e si rotolarono senza posa sulle scaglie di legno.    
Guardando più in là, fui sorpreso di scorgere che le scaglie erano coperte di altri simili combattenti, e che quello non era un duellum, ma un bellum, una guerra tra due razze di formiche, le rosse sempre schierate contro le nere e, spesso, due rosse contro una nera.
Le legioni di questi Mirmidoni coprivano tutte le colline e le valli della mia legnaia, e il terreno era già cosparso di morti e morenti, rossi e neri. Fu la sola battaglia alla quale io abbia assistito, il solo campo di battaglia sul quale io abbia mai camminato, mentre la lotta ancora continuava; era una guerra mortale; da una parte c’erano i rossi repubblicani, dall’altra i neri imperialisti.
Le due fazioni erano impegnate in un duello mortale, ma non si poteva udire rumore alcuno, e però credo che mai soldati umani combatterono con pari risolutezza.    
Osservai una coppia strettamente allacciata in un mutuo abbraccio, in una piccola valle solatia in mezzo alle scaglie di legno, ora, a mezzogiorno, pronta a combattere finché il sole o la vita scomparissero. Il più piccolo campione rosso si era stretto come una tenaglia alla parte frontale del suo avversario, e malgrado tutti i capitomboli, su quel campo, non smise neppure per un istante di rosicchiare, alla radice, una delle antenne del suo nemico, che già aveva completamente privato di un’altra; intanto, la formica nera, che era la più forte, sbatteva quella rossa da una parte e dall’altra; come vidi avvicinandomi, l’aveva, a sua volta, già privata di diverse membra. Combattevano con maggiore tenacia di bulldogs, e né l’una né l’altra appariva disposta a ritirarsi. Era chiaro che il loro grido di battaglia era «Vincere o morire». Nel frattempo giunse al declivio di questa valle una formica rossa, isolata, chiaramente piena di eccitazione, o perché aveva ucciso il proprio nemico, oppure perché non aveva ancora preso parte alla battaglia; probabilmente l’ultima supposizione era la più vera; ché aveva ancora tutte le membra intatte; sua madre doveva averle comandato di ritornare o con lo scudo o sopra di esso.    
O forse era un qualche Achille il quale, appartato, aveva nutrito la propria ira, e ora veniva a vendicare o salvare il suo Patroclo.
Vide da lontano questa lotta impari — perché le formiche nere erano grandi quasi il doppio delle rosse — e si avvicinò con rapida andatura. Si mise in guardia, a mezzo pollice dai combattenti; poi, cogliendo il momento opportuno, balzò sul guerriero nero, e cominciò le sue operazioni vicino alla radice della zampa destra anteriore, offrendo le sue proprie membra all’attacco dell’avversario.
Così ora c’erano tre formiche, unite per la vita, quasi fosse stata scoperta una nuova specie di attrazione che rendesse inutile ogni altro tipo di legame e cemento...
Raccolsi una scheggia sulla quale le tre formiche, che ho così minuziosamente descritto, stavano combattendo e me la portai a casa; qui la misi sotto un bicchiere, sul davanzale, per vedere come sarebbe finita. Osservando con un microscopio, vidi che la prima formica rossa, sebbene stesse rosicchiando assiduamente la vicina zampa anteriore del suo nemico — dopo avergli strappato ciò che rimaneva dell’antenna — aveva il petto completamente sfondato, sicché le parti vitali di esso erano esposte ai colpi di zampa della formica nera, la cui corazza appariva troppo spessa perché l’avversario rosso riuscisse a perforarla; e i neri carboncini degli occhi del ferito scintillavano con quella ferocia che solo la guerra poteva eccitare. Combatterono sotto il bicchiere per un’altra mezz’ora, e quando guardai ancora, il soldato nero aveva strappato dai corpi le teste dei suoi nemici le quali, ancora vive, gli pendevano da ambo i lati, come spaventosi trofei dal pomo della sella, chiaramente ancora stretti a lui più che mai. Con deboli scossoni — poiché era completamente senza antenna e gli era rimasto solo il troncone di una gamba, e inoltre aveva non so quante altre ferite — il formicone nero tentava di liberarsene: alla fine, dopo più di mezz’ora di sforzi, ci riuscì. Alzai il bicchiere e la formica uscì sul davanzale, tutta storpia. Non so se alla fine sia sopravvissuta al combattimento o abbia passato il resto dei suoi giorni in qualche Hôtel des Invalides; comunque, mi dissi che le sue capacità lavorative non sarebbero state molto efficienti, in futuro. Non seppi mai quale fazione vincesse, né la causa che provocò la guerra; pure, per il resto di quel giorno, mi sentii eccitato e tormentato come avessi assistito alla lotta, alla ferocia e alla carneficina di una battaglia tra uomini, avvenuta di fronte alla mia porta di casa…”    (1)

    
                            



Thoreau asciugò il pennino d’oca e lo pose nel calamaio, poi richiuse il quaderno intitolato “Walden”.   
Il quattro luglio 1845, la festa dell’Indipendenza, Henry David Thoreau, a ventotto anni lasciò la sua città natale di Concord e andò a vivere sulle rive del lago Walden, in una capanna da lui stesso costruita.   
Era già lì da più di un anno.    

        
                    
 

Coltivava il suo orto, leggeva, osservava gli alberi, il cielo e gli animali; passeggiava nella natura o fino a qualche villaggio vicino, dove s’intratteneva con i suoi amici.   
Faceva qualche lavoretto in casa, nuotava tutti i giorni, almeno una volta, nel laghetto e soprattutto scriveva.   
Cercava la libertà immergendosi nei ritmi della natura, e diffidava di chi celebrava la natura senza amare il mito e il racconto della natura stessa tramite l’immaginazione umana.    

    
                                       
                     
Il mito ci presenta immagini con cui crea il sogno della natura: ci dice che anche noi siamo in quel sogno; e lui parlava con Pan nel folto del bosco e con Artemide in un plenilunio vissuto ai bordi del lago.    

  
                                                      
                           

La battaglia delle formiche l’aveva molto impressionato.
Era chiaro che lui non voleva diventare come uno di quegli insetti/guerrieri ossessionati dalla distruzione del proprio avversario.
Henry David non voleva diventare uno schiavo dei suoi bassi istinti.

Chi è schiavo?   
Chi non ha tempo da dedicare alla costruzione di sé, chi non può disporre di sé.   
Chi ha paura della solitudine, della povertà e della contemplazione.
I miei connazionali del Nuovo Mondo sono ossessionati dal correre dietro l’oro e il denaro e si buttano nel lavoro fino a farsi mancare il respiro come cani da guardia soffocati dal fine corsa del loro collare alla catena fissata nel muro.   
E’ stata inculcata in loro la vergogna del riposo e la meditazione è considerata un’attività per fannulloni che devono essere puniti con l’emarginazione sociale.   
In questo modo hanno fatto del lavoro la migliore delle polizie politiche, impegnata a sradicare e a sopprimere tutto ciò che è individuale.
Infatti, come si può sviluppare una forte e consapevole personalità, fatta di cognizione, desiderio di vita vera e autosussistenza, quando bisogna continuamente ripetere compiti privi d’interesse e di vera umanità, brutali?   
Il lavoro coatto logora, consuma la forza psicofisica, impedisce di pensare, meditare, camminare, sognare.   
Più gli individui lavorano e si consumano, più la società si sente sicura e protetta all’interno del suo gregge: guai a chi vuole restarsene da solo, senza inseguire la ricchezza e la frenesia.   
In verità il lavoro non è difendibile se non quando è accompagnato dalla gioia di farlo.   

09/05/16

SEGUENDO L'AIRONE ROSSO

“La forza delle conoscenze non sta nel loro grado di verità, bensì nella loro età, nel loro essere assimilate, incorporate, nel loro carattere di condizione di vita”.
Friedrich Nietzsche, La gaia scienza, aforisma 110.
                 


La Lanca Venara, chiamata anche “Bora dei batel”(il burrone delle barche), ha rappresentato nei secoli per la sua estensione, per la freschezza delle sue acque sorgive e per la varietà dei pesci e degli uccelli che la abitano, un punto di riferimento per la popolazione più povera del paese di Zerbolò, (situato vicino al fiume azzurro Ticino), dedita al taglio, o alla raccolta, di legna secca e all’attività di pesca.
 

Lungo i sentieri nei dintorni della Lanca Venara è possibile compiere interessanti escursioni ed avvistare, tra i canneti e i boschi di farnie e pioppi bianchi, oltre a numerose cicogne bianche, aironi cenerini, aironi rossi, falchi pellegrini, albanelle reali, poiane e gheppi, allocchi e gufi di palude, ma anche piccoli mammiferi come scoiattoli e moscardini.


La famiglia Maiocchi era arrivata nei pressi della Lanca di buon mattino, a bordo di un potente fuoristrada.
Il padre, un noto fisico nucleare e i due figli adolescenti, muniti di macchine reflex digitali fornite di teleobiettivi lunghi come mezzo braccio di un uomo adulto, partirono verso il vicino bosco Siro Negri per fotografare tutto quello che era possibile immortalare nelle schede di memoria.
La moglie del Maiocchi si fermò a prendere il sole e a preparare la grigliata per il pranzo.
« Quando ci fermiamo, papà? Mi fa male un piede e anche Tania ha fame…»
«Un poco di pazienza, ragazzi. Dario, guarda la mappa, non ci stiamo allontanando troppo dalla strada?»
«Papà, torniamo indietro, siamo stanchi: andiamo a guardare ancora le cicogne mentre salgono su nel cielo avvitandosi nelle termiche…»
«Eh no, cari miei, mi avete fatto una testa così per tutta la settimana. Volevate esplorare un bosco , ed ora vi porto in uno degli ultimi lembi di foresta primordiale della pianura padana rimasti in Lombardia.
Vedrete che figurone farete a scuola quando lo racconterete ai vostri compagni di classe.
Forza, adesso ci siamo e quindi camminate senza fare storie.
Guardatevi intorno piuttosto, invece di pensare solo a mangiare. Respirate forte, questa sì che è aria buona…
Continuarono a camminare sul sentiero che portava al bosco Siro Negri, e intorno a loro vedevano risaie, canali, rive e siepi arboree ed arbustive, pioppeti, marcite e boschi naturali antichissimi.

                                

All’improvviso davanti a loro si levò in volo un grande airone dal collo rosso fuoco a forma di Esse, evidenziato da una striscia nera e da un ciuffetto scuro sulla testa color ardesia…
«Un airone rosso! Che meraviglia! Presto ragazzi, dobbiamo seguirlo, preparate le reflex, ogni scatto vale almeno dieci euro e pago in contanti, seguitemi…»
Il Maiocchi entrò di buon passo nel campo che portava a una piccola lanca costeggiata da un canneto, da dove si era levato nel suo tipico slancio elegante l’airone rosso.
I due figli, dopo aver estratto le digitali dalle custodie arrancavano dietro al padre come potevano.
«Presto, presto! Tenetevi dietro di me sottovento, l’airone andrà a posarsi in quella lanca, oltre il canneto, e vedrete che foto faremo…»
Il Maiocchi era in preda a un’autentica frenesia e si gettò all’inseguimento del magnifico ardeide.
Giunto alla lanca, s’infilò con cautela tra le cannucce di palude e notò l’airone posato sulla riva fangosa.
Fece cenno ai suoi figli di non fare rumore, quando l’airone rosso prese il volo ancora una volta e svanì nell’intrico della foresta che cominciava vicino alla lanca.
«Andiamo, andiamo, altrimenti lo perdiamo!»
«Ma papà siamo stanchi! Abbiamo fame, torniamo indietro!»
Ma il Maiocchi, senza voler sentire ragioni, s’infilò nella macchia primordiale del bosco Siro Negri, seguendo il volo dell’airone, e Tania e Dario gli andarono dietro di malavoglia.
Percorsi a fatica venti metri di foresta, il Maiocchi, seguito dai suoi sbuffanti ragazzi, giunse a una radura che rivelava l’esistenza di una grande cavità, all'apparenza non artificiale e scavata dall'uomo, nel cuore del bosco.


20/04/16

DENTRO LA GARZAIA, NEL BOSCO IGROFILO

                                            

                            


Lascio la bicicletta sotto un’arcata di pietra, usata per proteggere i tagli del fieno e m’incammino verso il primo dei canali che costituiscono il sistema linfatico di questa grande garzaia.

                        

Finalmente i guardiacaccia mi hanno dato il permesso e m’addentro nel cuore di questo ecosistema.
Vorrei che tu, lettore, mi seguissi nelle zone umide planiziali minori della mia regione: nella monotonia delle coltivazioni intensive (e ossessive talvolta) costituiscono infatti elementi di varietà e di biodiversità e di grande valore scientifico, paesaggistico e ricreativo e contribuiscono al mantenimento degli equilibri naturali e idrologici. 

                             

La loro lenta scomparsa (per inquinamento e interramento, prevalentemente) rappresenterebbe la perdita degli ultimi esempi di ambienti tipici e precluderebbe le possibilità di sopravvivenza per molti esseri viventi.
Vorrei che tu, amica e amico, camminassi con me in questi ultimi paradisi in terra minori: il bosco igrofilo, le lanche, le cave, i fontanili, i bodri, le marcite, le risorgive…
sei pronto, hai messo le scarpe giuste, hai voglia di camminare con me?


                       

Leonardo da Vinci scrive che le rocce, il suolo e l’acqua sono le ossa, la carne e il sangue della Terra.
Un poderoso sistema idraulico, ispirato alle sue geniali realizzazioni compiute nei navigli attorno a Milano, pompa dal Po l’acqua necessaria alla vita del grande bosco igrofilo interno, costituito di ontani, pioppi bianchi e salici.

                   

Passo in equilibrio le passerelle e i discreti passaggi che arrivano al cuore della garzaia.    

                            


30/03/16

RUMIZMANIA (il metodo Rumiz) di Mauro Banfi

                

“Perché ti meravigli tanto se viaggiando ti sei annoiato? Portandoti dietro te stesso hai finito col viaggiare proprio con quell'individuo dal quale volevi fuggire.”
Socrate
“ Invece noi, a cui è patria il mondo come ai pesci  il mare, benché abbiamo bevuto all’Arno prima di essere svezzati, e benché amiamo Firenze al punto che, perché l’abbiamo amata, soffriamo ingiustamente l’esilio, noi poggeremo la bilancia del nostro giudizio sulla ragione piuttosto che sui sensi.”
Dante, De Vulgari Eloquentia.
“…finché un uomo ti incontra e non si riconosce
e ogni terra si accende e si arrende la pace.”
Fabrizio de Andrè, Khorakhané.

                                              
Ci sono autori che nel corso degli anni, lettura dopo lettura, diventano dei veri e propri amici a distanza.
Ad esempio: Claudio Magris, laico punto di riferimento di vita e di letteratura o Roberto Calasso, entusiasmante, immaginifico, analogico e adelphiano animatore della cultura dell’incognito e del sogno; Pietro Citati, il perfetto lettore/scrittore nitido reinterprete di classici senza tempo o Michele Mari, abile giocoliere della narrativa di genere e di confine, poliedrico prestidigitatore del weird e di ogni tipo di narrativa.
Tra questi voglio presentarvi un amico davvero speciale: anche lui triestino come Claudio Magris, anche lui grande narratore di viaggi come la sublime guida delle vie orientali Tiziano Terzani: Paolo Rumiz, “l’uomo dal block-notes, un figlio della frontiera che si è messo a scrivere solo per viaggiare”, come Rumiz ama denotarsi, da vero triestino e cittadino del mondo.
Nel grande narratore di viaggi il cosa è narrato coincide con il come viene narrato.
Per comprendere Paolo Rumiz e la sua narrativa voglio introdurvi a come la scrive e il resto verrà di seguito.
Bene: da quando è cominciata l’era informatica non leggo più giornali, soprattutto italiani.
Non ne posso più dei nostri politici inetti, corrotti e cialtroni.
Solo ad agosto non mi perdo un numero di “Repubblica”.
Perché sta per cominciare una nuova imperdibile avventura di Paolo Rumiz.
Domenica 2 agosto 2015 è cominciato il quindicesimo viaggio a puntate di Paolo Rumiz, forse uno dei più belli e ricco d’incontri umani e di scoperte del territorio, seguendo la via dell’Appia Antica da Roma fino a Brindisi.
Con emozione ricordo questi quindici anni di avventure e scoperte e i mezzi di trasporto usati da Rumiz e compagnia bella per realizzarli:                      
  • Tre uomini in bici (2001): biciclette da strada.
  • Seconda classe (2002): in treno.
  • Fuga sulle alpi (2003): a piedi.
  • La rotta per Lepanto (2004): in barca a vela.
  • La Gerusalemme perduta (2005): svariati mezzi di trasporto.
  • Appennino, il cuore segreto (2006): a bordo di una “Topolino” del ’53.
  • Il ritorno di Annibale (2007): mezzi vari, prevalentemente a piedi.
  • L'altra Europa (2008): svariati mezzi di traspoto.
  • L’Italia sottosopra (2009): svariati mezzi di trasporto.
  • Camicie rosse (2010): svariati mezzi di trasporto.
  • Le case degli spiriti (2011): svariati mezzi di trasporto.
  • Il Risveglio del fiume segreto: in viaggio sul Po (2012): varie imbarcazioni.
  • La Grande Guerra (2013): a piedi.
  • Il guardiano del faro (2014): in solitario su un’isola del mar Adriatico.
  • Alla ricerca dell’Appia perduta: rigorosamente a piedi.